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la Pìda se' parsòt - chi siamo

Mirabilia romagnole. Antologia del gusto

Ci proponiamo di raccogliere di volta in volta in questa sezione curiosità, documenti, ricette, episodi letterari e testimonianze artistiche legati alla tradizione culinaria romagnola e, in particolare, alla piada.

Innanzitutto, è doveroso  lasciare la parola a Pascoli, autore dei versi più celebri mai dedicati alla nostra specialità preferita. Per chi non li conoscesse, sono tratti da  «La piada», componimento accolto ne I nuovi poemetti (1909).

Ma tu, Maria, con le tue mani blande
domi la pasta e poi l’allarghi e spiani;
ed ecco è liscia come un foglio, e grande

come la luna; e sulle aperte mani
tu me l’arrechi,  e me l’adagi molle
sul testo caldo, e quindi t’allontani.

Io, la giro, e le attizzo con le molle
il fuoco sotto, fin che stride invasa
dal calor mite, e si rigonfia in bolle:

e l’odore del pane empie la casa.

[«La piada», IV, vv. 67-76]

Con il «crepuscolare» Marino Moretti, originario di Cesenatico,  nella prosa La piè (Il pane dei poveri)  la preparazione e la cottura dell’impasto da parte delle protagoniste, i loro gesti rituali e circoscritti, diventano un soggetto familiare con cui immortalare lo scorrere del tempo.

Stacciava ella ritmicamente sul tagliere candido, e il vaglio leggero come una piuma nella sua mano agile pareva quasi autonomo, pareva girar su se stesso prillando, rialzandosi a ritmo da una parte o dall’altra, divenendo aereo talvolta, cantando lievemente stridulo nella danza concentrica […] Ecco fatto, – disse infine la Menghinina e parve più vecchia, perché un altro po’ di bianco le s’era posato sui capelli, sul corpetto, fin sulle ciglia.

«La piê» è anche il nome della rivista fondata nel 1920 da Aldo Spallicci con Francesco Pratella e Antonio Beltramelli. Fra le sue pagine, studi culturali e interventi letterari dedicati alla Romagna: e la piada diventa metafora dell’impegno dei giovani redattori:

Impastata e cotta da un cenacolo di giovani […] «La piê» manda intorno il suo sano odore di schietto pane per il palato intellettuale dei romagnoli che, specie in terra d’esilio, la sgretolano divotamente in riti di nostalgia.

[IV (1923), n.1, p. 2]

Intervenendo sul primo numero della rivista, Tito Gironi rintraccia addirittura nell’Eneide una possibile “descrizione della piada” (libro VII, vv. 107-115), in cui Enea e i suoi «preparano il banchetto e nell’erba mettono focacce | di farro sotto le vivande […] la povertà del  | mangiare spinse a volgere i morsi verso la piccola | Cerere e violare con mani e mascelle audaci il piatto | della focaccia fatale né risparmiare le larghe focacce».

 

[CONTINUA]

 

 

la Pìda se' parsòt di Cristina Contadini

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